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L’ORO DEGLI UOMINI ROSSI: TRAME ANCESTRALI E VISIONI ARCHETIPICHE

– ROBERTO TIBALDI –

Laddove l’immagine abdica alla sua funzione descrittiva per farsi varco verso l’immateriale, si apre quel campo di risonanze interiori che definisce il lavoro di Roberto Tibaldi.

Al centro della sua ricerca si colloca l’universo ancestrale amazzonico, dove il concetto di “oro” si emancipa dal valore materiale per assumere una qualità immateriale, energetica e identitaria: una sostanza simbolica che appartiene al corpo, al rito e alla memoria. I cosiddetti “uomini rossi” — le comunità indigene del Brasile che si ricoprono di urucum — emergono in questo contesto non come soggetti da osservare, ma come presenze archetipiche, incarnazioni viventi di una conoscenza che fonde corpo, ambiente e dimensione trascendente.

Il pigmento che ne avvolge la pelle non è mero ornamento, ma atto trasformativo che rende visibile l’appartenenza a un disegno generale dell’universo in cui il sacro permea ogni forma di esistenza.

In dialogo con l’antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss, Tibaldi assume queste cosmologie come sistemi epistemici capaci di disarticolare le categorie del pensiero occidentale, cercando le strutture profonde che uniscono l’uomo al cosmo. La sua ricerca si radica in una memoria sensibile, legata all’infanzia trascorsa in Brasile, rielaborata attraverso un processo di emersione archetipica in cui il subconscio individuale e la memoria collettiva convergono.

Al cospetto di queste opere, lo spettatore è avvolto da un’atmosfera religiosa e mistica, un silenzio visivo che invita al raccoglimento e alla sospensione del tempo ordinario. L’immagine diventa così un dispositivo di attraversamento: uno spazio liminale in cui la percezione è sollecitata a oltrepassare la soglia del visibile, trasformando l’osservatore in una presenza coinvolta in un’esperienza sensoriale profonda.

Questa tensione si materializza in una pratica rigorosa dove la scelta materica rivela una coerenza assoluta con l’intento filosofico. L’articolazione di barre d’ottone su campiture di cuoio incarna perfettamente la dialettica tra natura e cultura; questi elementi lineari, pur nella loro astrazione geometrica, richiamano archetipi antropomorfi, scheletri primordiali o esili colonne vertebrali, rappresentando l’essenza dell’umano spogliata dalle sovrastrutture civili.

Il cuoio, ovvero epidermide che concettualmente diviene pelle, non è solo un supporto, ma un richiamo alla dimensione animale e ancestrale su cui il freddo metallo — simulacro dell’oro immateriale — si innesta per creare una sintesi alchemica tra corpo e spirito. Parallelamente, le geometrie dorate su sfondi rossi traducono visivamente la forza dell’urucum, elevando l’immagine a una dimensione liturgica dove le forme sembrano fluttuare come frammenti di una visione mistica che riemerge dal subconscio per farsi visione collettiva.

I filamenti multicolore, disposti in sequenze allineate e cadenti, talvolta intrecciati tra loro, costituiscono un elemento ricorrente del repertorio rituale di queste tribù. Essi rendono visibile il concetto di “trama ancestrale”: ogni filo teso si configura come un vettore di intensità simbolica, capace di connettere la memoria individuale alla dimensione universale dello spirito. Arazzi e strutture totemiche emergono come campi energetici, in cui l’opera d’arte smette di essere un semplice “oggetto da guardare” e inizia a trasmettere un’energia che percepiamo con tutto il corpo, e non solo con gli occhi.

In questo senso, l’Oro degli Uomini Rossi non rappresenta un altrove esotico, ma attiva una soglia: un luogo in cui materia e spirito si intrecciano, suggerendo una rinnovata possibilità di relazione tra l’essere umano e le dimensioni profonde dell’esistenza.

L’arte di Tibaldi è una risposta al vuoto del presente: uno spazio dove fermarsi e tornare a sentire il mistero della vita come una forza vicina e potente.

di Errico ROSA
(già architetto e docente di Storia dell’arte)


Vernissage


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